giovedì 3 aprile 2025

Für ewig


In un intervento recente, Branko Milanovic si interroga sulle diverse fortune di noti politologi (in senso lato), e distingue tre categorie.

Ci sono quelli che sono famosi dans l'espace d'un matin, come Yuvan Noah Harari:

" I am ready to wager though not only that no-one will read him in ten years’ time (actually no-one reads him right now) but that he would not even be remembered. Writers like him are like passing stars: they are with us for a bit and then nobody recollects they were ever around. No-one reads them, nobody quotes them: like comets that suddenly appear and then disappear in the darkness forever."

Ci sono quelli che invece quasi diventano sinonimi di un'epoca, come Francis Fukuyama:

"Even the title of his book is something we use to define the period from approximately 1990 to 2008." Cosa Milanovic ne pensi è desumibile dall'accostamento che propone con un altro di questa categoria, Norman Angell: il suo "La grande illusione", del 1910, teorizza l'impossibilità di grandi conflitti armati nell'epoca di integrazione economica. Fuori dalla loro epoca, nessuno li legge.

Terzo, ci sono gli scrittori la cui influenza si estende oltre alla loro epoca, come per esempio Machiavelli. Milanovic si domanda che cosa causi il successo di questa rara categoria. Non è la generalità delle intenzioni di quel che scrivono. Machiavelli, per esempio, era "del tutto specifico" nel parlare del suo mondo - Firenze e il papato, la Francia e la Spagna.

Per tentare una risposta, aggiungo un altro italiano la cui opera ha trasceso il suo tempo: Antonio Gramsci, di cui in questi mesi sto finalmente leggendo i "quaderni". Una massa di appunti che può essere letta in molti modi distinti: come una notevolissima testimonianza umana, come una ridefinizione del nesso struttura-sovrastruttura, come un'affascinante "guerra di posizione" (i Gramsci sono frequenti le metafore militari) contro Benedetto Croce, il "papa laico" della cultura italiana di quel tempo. 

Machiavelli e Gramsci avevano in comune l'essere fuori dai giochi politici (Machiavelli, certo, con perdurante ambizione di rientrarvi, di farsi "riassumere"). Gramsci scrive a Tania Schucht (19 marzo 2027) «Sono assillato (è questo fenomeno proprio dei carcerati, penso) da questa idea: che bisognerebbe far qualcosa "für ewig", secondo una com­plessa concezione di Goethe, che ricordo aver tormentato molto il nostro Pascoli. Insomma, vorrei, secondo un pia­no prestabilito, occuparmi intensamente e sistematicamen­te di qualche soggetto che mi assorbisse e centralizzasse la mia vita interiore».

Una ricerca für ewig, "per sempre", e aggiunge, "disinteressata". Non è la risposta alla domanda che si pone Milanovic, ma è una chiave d'interpretazione: è necessario distacco, per l'intellettuale, per ragionare oltre al proprio tempo. E ovviamente, questo porta dritti dritti alle preoccupazioni di Gramsci: il ruolo degli intellettuali, le istituzioni di cultura - e quindi, anche, gli intellettuali e l'università. Dove trovare chi oggi, forse senza che nessuno se ne accorga, sta forse scrivendo für ewig? Io credo, in qualche periferia, e forse lontano dall'accademia - senza sottovalutare la complessità dell'accademia, che ha i suoi centri ma anche le sue periferie a volte bizzarre.