domenica 26 aprile 2026

Il telescopio


Dopo svariati decenni a casa di mia madre è stato rinvenuto il telescopio. Un rifrattore mediocre da 60 mm di diametro che acquistai di seconda mano per, ricordo ancora, 70 mila lire. Avevo, mi pare, tredici anni.

Poi però ci si fece la montatura equatoriale, modello inglese. Col contrappeso insomma. Io feci il progetto. Mio padre fece fare le parti tornite dove lavorava. Due cilindri per i movimenti, ciascuno con le sedi di due cuscinetti. Asse e contrappeso. Anelli per  meccanismi dei micromovimenti. Il resto sicuramente lo fece lui, a partire, ovviamente, dalle saldature.


La base è una piastra in ferro che si appoggia su un elemento in alluminio, dove si inseriscono le tre gambe del treppiede del modello originario.


Se la montatura è orientata bene (l'asse parallelo all'asse terrestre), con un solo movimento si segue il bersaglio. I micromovimenti in entrambi gli assi me li ero dimenticati. Ieri sera dal terrazzino ho osservato Giove e funzionano bene: morbidi e con pochissime vibrazioni. 

E' una montatura perfettamente funzionante. Dopo tutto questo tempo, uno spirito autocelebrativo non apparirà eccessivo: escogitammo davvero un bel marchingegno.


Mi ero dimenticato anche la cassetta autocostruita per gli oculari, con spazi predisposti anche per le due lenti di Barlow. Le lenti di Barlow... stavano anche loro ben nascoste in un ripiano della testa. La cassetta la fece mio padre, penso. Io aggiunsi il resto, come la sezione per gli oculari che, ho notato ieri ad occhio con disappunto, è in leggero fuori-squadro.

Il telescopio fu il mio penultimo progetto prima di una pausa pluridecennale. Venne immediatamente prima, insomma, della famigerata chitarra elettrica.

Qualche tempo fa la pausa costruttiva si è interrotta, ma le mie realizzazioni attuali non hanno più l'ambizione sfrenata di un tempo. E' un peccato.

martedì 14 aprile 2026

Sottosopra

A Shanghai ero stato anni fa e ci sono tornato volentieri, di passaggio. 

Il progetto "Turistopoli" è un po' fermo. Ma continuo a fotografare chi si fotografa. In alto, a Shanghai.


Ho visitato, tra l'altro, il luogo dove nel luglio del 1921 fu fondato il Partito comunista cinese. Ora è un museo, ed è sempre interessante osservare come un Paese si racconta.

Solo una giornata, di passaggio, ma una bella camminata di una ventina di chilometri.

Poi, Melbourne. 

Gli "hotel" agli incroci, che non erano hotel, ma bar, luoghi di ritrovo. 

E le spiagge. Somiglia un po' a Rimini.

Più di 70 km a piedi in due giorni e mezzo. Città molto interessante.
Da Melbourne a Auckland con volo notturno. In aeroporto un cane ha annusato una minuscola banana dimenticata nello zainetto. Esperienza molto interessante: duecento euro di multa, ma possibilità di fare ricorso. E' passato più di un mese e proprio oggi mi hanno scritto che mi hanno graziato: non dovrò pagare. 

Spiagge molto belle. Ho anche nuotato.

Sopra, Watangi, spazio museale dove fu firmato il trattato eponimo. La relazione tra Maori (che arrivarono in piroga attorno al XIV secolo) e gli inglesi e altri che arrivarono secoli dopo è molto interessante.

Insisto: spiagge bellissime. Ho nuotato un po, a Russell (Baia delle isole). Correndo fuori dal mare a Baylys Beach (sopra) per poco non mettevo un piede su una razza.

Lì, a riva, uno squaletto morto. Si dice che in Australia siano davvero tante le cose che ti possono ammazzare. In Nuova Zelanda solo qualcuna in meno. 

Anche Auckland ha un suo perché.  

A Auckland c'è anche un enorme memoriale di guerra, dove sono menzionati tutti i luoghi dove hanno combattuto i neozelandesi. Quindi anche a Forlì, Faenza, e Rimini.

Pochi giorni: questo il percorso. Vorrei tornarci in Nuova Zelanda. Giuro, senza banane.

Dalla Nuova Zelanda di nuovo a Melbourne, e da lì, anello sino a Sidney per la Hume Highway all'andata, e la costa al ritorno. 

Canguri: tanti - molti ammazzati sul ciglio della strada, purtroppo. Un pinguino che sbucava dalla tana, a Philip Island. I pinguini australiani sono molto più piccoli rispetto a quelli antartici, ma se pur nel loro piccolo, sempre pinguini sono. Ho trascorso un paio di giorni a Sidney, molto bella. Tante belle cose in Australia e in Nuova Zelanda: mi piacerebbe tornarci. 

Ho due progetti laterali, al momento. I progetti laterali sono quelli che si accompagnano a quelli che in teoria sono centrali, ma che di fatto mi interessano di più. Uno è un libro che sto scrivendo e forse si intitolerà "Gli economisti hanno fatto anche cose buone. Economia e potere per capire il mondo".  L'altro progetto, "Turistopoli", dicevo, è fermo. Almeno aggiorno la mappa, ma solo mentalmente.

sabato 4 aprile 2026

giovedì 2 aprile 2026

Parigi

 La prima volta che andai a Parigi era pochi giorni dopo l'esplosione del reattore 4 di Černobyl'. Fine aprile 1986. Fu una decisione impulsiva: si partì da Piazza Verdi a Bologna e si arrivò dopo ventinove ore di autostop,  alla Bastiglia. 

La prima volta che andai a Parigi visitai il Bois de Boulogne. Volevo vedere dove, «In una bella mattina del mese di maggio, un’elegante amazzone percorreva, su una superba giumenta saura, i viali fioriti del Bois de Boulogne». E' l'inizio, che vuole essere perfetto, del romanzo di Monsieur Grand in "La peste" di Camus.

La settimana scorsa sono tornato a Parigi per lavoro, all'OCSE. Oggi gli organizzatori della conferenza hanno spedito delle fotografie, e in alcune ci sono anch'io. Foto così si pubblicano per comunicare rispettabilità professionale: astenersi autostoppisti. E infatti a Parigi questa volta non sono andato in autostop, e di questo mio vezzo non ne ho fatto cenno con nessuno. Mentre parlavo, ho considerato convenisse non menzionarlo del tutto, l'autostop, neanche nel corso degli incontri ufficiosi.

L'OCSE è a due passi dal Bois de Boulogne.  Pensando a quella prima visita, per sentimentalismo ci sono tornato. Non ho incontrato giumente saure, ma il ricordo dell'apertura di quel romanzo che voleva essere perfetta mi ha fatto pensare un po' a Camus e un po' alle costruzioni letterarie. Se le vuoi perfette, poi non funzionano, e infatti, se non ricordo male, Monsieur Grand il suo romanzo neppure lo terminò. Solo un viaggio in autostop di ventinove ora può ambire a qualcosa che somiglia alla perfezione.