venerdì 9 settembre 2016

Apeninos 2016



Questo è il lago di Barrea: vi siamo arrivati circa a metà settimana. Non è mia la foto, come quasi tutte quelle che seguono. I due José del gruppo (Pepe de Díos, e Carrasocsa Moreno) sono molto più bravi di me. Se cliccate su una foto, diventa più grande e sprizza tutto il suo splendore.

Oltre a loro, nella spedizione Apeninos 2016, c'era Antonio Barros, Alfonso Lasso, Bernabé Rico, Enrique Zejalbo Martín, Consuelo e Marco Giansante, e Marco Bertamini. E io, nel parco nazionale d'Abruzzo.



All'aeroporto di Bologna ho raccolto Marco B., che volava da Liverpool. Marco è il mio psicoterapeuta da quasi trent'anni. A giudicare dai risultati, è un incapace integrale. Fece anche parte dell'equipaggio del Moro di Venezia Ombra, la barca che pilotai nella baia di San Diego, nel tentativo di speronare il vero Moro di Venezia (c'è un fondo di verità).

Ci siamo fermati in spiaggia a Roseto degli Abruzzi, e abbiamo fatto un bagno con Consuelo e col piccolo Marco, che anche lui è una mia vittima. Con loro ci siamo diretti al luogo di convergenza dei diversi capitoli di Correcaminos: Ortona dei Marsi.



Quando siamo arrivati, il capitolo spagnolo era già là. Qui si vede José e Antonio, e a sinistra, Franco e Angela, che ci hanno ospitato al B&B Milonia. Andateci, noi ci siamo stati benissimo.



Un Antonio pensieroso.



Una foto di gruppo la mattina successiva, di quelle che si fanno, in gita.



Il punto di partenza della prima giornata di cammino era più a sud, in questo paese che si chiama Bisegna.



Un scritta così ti infonde coraggio, e ti fa capire che hai scelto davvero il luogo giusto, per misurarti con le forze ostili in agguato sul cammino.



Siccome era il 21 giugno, ogni tre per due incontravamo una banda che suonava in onore di San Giovanni. Da quelle parti ci credono molto, a San Giovanni.



Le forze ostili non si son fatte vedere da subito, e anzi, all'inizio sembrava un'allegra scampagnata.



Poi c'è stato un rannuvolamento, di forze ostili.



Alfonso ha un cappello da cowboy che francamente toglie serietà al difficile momento qui rappresentato.

E questo è stato il primo giorno. Ventinove chilometri, un anello con ritorno a Bisegna.

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Da lì siamo andati a Opi, dove ci siamo fermati due notti.



Opi è il paesino che si vede dietro la testa mia e di José.



O se preferite, sopra l'ombrello di Antonio.



E tutt'attorno a Marco. E' uno di quei paesi perfetti che si trovano in Italia, malgrado noi.



Dimenticavo: questi sono José e Alfonso. Dietro a loro, si intravede Opi.



Abbiamo incontrato degli animali molto cornuti.



Siamo saliti sul Monte Marsicano, 2245 metri. Mi pare che sia il secondo più alto del parco.



Una salita brutale. La prima parte, in faggeta.



Scuro, nuvole, un po' di pioggia. Io mi impaurisco sempre, quando in montagna fa brutto. Ho paura dei fulmini.



Qui ero già più tranquillo.



Lo "spirito correcamino" è un sentimento che ti porta fuori strada. Apri una mappa per giustificare una scelta che dentro di te hai gia preso: "andare di là". Di là dove? In mezzo a un bosco impenetrabile, giù a precipizio... non importa. Quel che importa, è che non vi sia sentiero. E così abbiam fatto, giù a precipizio per un canalone, e siamo arrivati prima a Pescasseroli, e poi tornati a Opi.



E' importante scrutare la mappa con attenzione, dibattere, e poi deliberare, facendo finta di avere le idee molto chiare.



A Opi, la sera c'era una festa e un concerto. L'ho detto che era San Giovanni. E così s'è conclusa la seconda giornata. Ventisette chilometri, attorno ad Opi. Non tutti han partecipato, chiaro: purtroppo, c'è sempre chi si imbosca.

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Perchè non si andava certo tutti insieme. Ognuno "a su bola", come si dice in spagnolo. Il terzo giorno ero con José Carrascosa e Marco Bertamini. Una camminata di trasferimento, da Opi a Civitella Alfedena, lungo una delle valli più belle del parco, per poi salire a un passo, e scendere per un'altra valle.



Questi siamo noi tre.



Dicevo, che abbiamo risalito una valle molto bella.



Ribadisco, era una bella valle.



Alla mia sinista si vede un'enorme sorgente, forse un fenomeno carsico, non so bene.



Marco era un po' provato.



Abbiamo pranzato coi piedi in un ruscello. Io, che all'igiene tengo moltissimo, ho fatto sette abluzioni.



Siamo arrivati a questo bivacco, dove saremmo tornati dopo pochi giorni, percorrendo un altro sentiero.



Qui c'è José che fa l'aeroplanino. A noi piace molto fare l'aeroplanino.



Infine siamo arrivati a Civitella, dove abbiamo fatto base per tre giorni.

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Sembrava una gran impresa, ma alla fine, nel terzo giorno, abbiamo camminato soltanto 21 chilometri.

Il quarto giorno, prima siamo andati alla Camosciara, e poi, abbiamo circumnavigato il lago di Barrea.



Abbiamo incontrato dei cavalli che erano carichi come dei muli.



Questo camoscio non l'ho visto io. Io in montagna non vedo mai animali. Penso sia una questione di odori, e mi evitano.



Neppure questi. José li ha visti, questi. E' lui che vede sempre gli animali, forse perché ha una pelle diversa.



Questa è la Camosciara.



Cascate, ambiente bucolico, insomma, per me è l'ideale.



Dopo tante cazzate, ci vuole una pausa di riflessione.



Di ritorno dalla Camosciara, ci siamo diretti verso il lago di Barrea, dove c'è una flottiglia di pedalò. Mi sono sentito a casa.



Ho solcato le acque.



Il paese di Barrea è questo. E' molto bello.



E' tutto perfetto.



Questa è la vista del lago, dal paese.

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Così è stato il quarto giorno, venticinque chilometri.

Il quinto giorno è stato più breve. Siamo tornati al bivacco sotto il Monte Capraro, ma per un cammino ben diverso.



Abbiamo raggiunto un lago prosciugato.



Ampi spazi silvestri.



Momenti di riposo e di deliberazione, prima di perdersi.



Ampie viste stupende.



Alcuni hanno rischiato la vita.



Per fare questa foto.



Questo sono io che, di fronte a tanta bellezza, allargo le braccia.

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Solo una quindicina di chilometri, ma ormai si era stanchi.

E così è finita: il 29 giugno, il capitolo iberico di Correcaminos si è diretto verso Roma. Io, con Marco, verso l'Adriatico.



Ci siam fermmati, sul ponte, noi e la Dacia Rossa.

E i ricordi si fan sfumati, e avanzano delle foto che non so bene dove collocare, e allora le inserisco, scombinate, qui di seguito.



José ha una passione per fotografare animali che si riproducono. Bah.



Questa sembra di Robert Capa.



Alfonso e gli ampi spazi.



Le tonalità del verde, in giugno.



Gli alberi, che a volte, per davvero, sarebbero da abbracciare.



L'orso?



Un'intellettuale in alta quota.



Nuvole a bassa quota.



E alla fine, tante chiacchiere tra amici: così è stato Apeninos 2016, appuntamento annuale, che segue le edizioni precedenti (la prima fu nel 2009), e precede le numerose future.



giovedì 8 settembre 2016

Questa è un'opera



Alimentatore e smaltitore di fede mobili. Vicolo Santa Caterina, Bologna.

Io non voglio lavorare



I R-Amen (i già diffidati Radio Maria) rappresentano l'evoluzione del liscio-pop del migliore Raul Casadei. Sono i nuovi cantori di Romagna.

mercoledì 7 settembre 2016

Retoriche incrociate



Sul referendum costituzionale non ho ancora deciso. In un paese dove tutti hanno le idee chiarissime, dichiarare il dubbio è un po' come non avere tatuaggi: un gran segno di distinzione.

Solo dico che, sino ad ora, le migliori argomentazioni sono state incrociate, quelli per il SI che convincono a votare NO, e viceversa.

Per esempio, dopo aver letto la perla seguente, se si votasse nei prossimi tre minuti, sicuramente metterei la mia croce sul SI.

"Votare NO nel referendum costituzionale significa, dunque, votare contro la tecnocrazia sovranazionale che, grazie alla presente manomissione della Costituzione potrà appoggiarsi ad una monocrazia nazionale, ancor più vassalla delle oligarchie europee che continuerà ad affossare lo sviluppo del Paese con ancor più risolutezza." (Referendum costituzionale: perché voto no, di Francesco Sylos Labini (30 maggio 2016).

"Ritmiche incrociate" è la traduzione di "cross rithm", o "cross beat" (vedi qui). Oppure, polyrithm:

"Polyrhythm is the simultaneous use of two or more conflicting rhythms, that are not readily perceived as deriving from one another, or as simple manifestations of the same meter. The rhythmic conflict may be the basis of an entire piece of music (cross-rhythm), or a momentary disruption." (da Wikipedia).

Non so se l'analogia regga; mi sa che ci dovrò pensare sopra.

Sopra, un gran pezzo dei Talking Heads, dal titolo forse consono col referendum. Usavano ritmiche incrociate, come mi confessò Marco Sidella, quando eravamo stesi sullo sdraio in riva al fiume Rubicone, molti anni fa. Fu la prima volta che appresi della loro esistenza, e non capii bene di cosa si trattasse. Prima o poi ci si arriva, basta saper pazientare qualche decennio.

El clan



Ieri sera ho visto "El clan", di Pablo Trapero. E' una storia realmente accaduta della transizione argentina: una normalissima famiglia borghese, guidata da un padre, Arquímedes Puccio, che era stato membro dei servizi segreti dell'aeronautica. Dietro alla normalità, si nasconde un'organizzazione che sequestra e ammazza persone. Bello.

Vedendo un film così, sul piano familiare uno si interroga che cosa abbia sbagliato, e se vi sia ancora il tempo per imprimere una svolta, organizzarsi meglio, ed uscire dal torpore.

Insomma, ho ripreso la stagione cinematografica al Lumière, che è come dire, è iniziato l'anno nuovo.

martedì 30 agosto 2016

Terremoti: come ridurre i morti



Dal 2000 ad oggi, in Italia sono morte 688 persone in seguito a terremoti (fonte: *): una media di 43 all'anno.

Nel solo 2015, in Italia sono morte 3419 persone in seguito ad incidenti stradali (fonte: **). Per ogni morto "in media" per terremoto, ve ne sono stati quasi 80 sulle strade.

A naso, se si volesse ridurre il numero dei morti, i soldi converrebbe spenderli innanzitutto per rendere le strade più sicure, prima che per migliorare la qualità degli edifici. Poniamo che viceversa l'obiettivo sia di dimezzare il numero di morti in seguito a terremoti. Sarebbe necessario migliorare la qualità di milioni di edifici in gran parte d'Italia. "Salvare" poco più di una ventina di persone all'anno da incidenti stradali (un misero 6 per mille del totale), verosimilmente costerebbe molto meno.

Certo, case più sicure comporterebbero anche minori spese per i soccorsi e per la ricostruzione - e del resto, anche agli incidenti stradali consegueno costi di vario genere. Ma la differenza nei numeri - 80 contro 1 - è così ampia, che "al margine" mi pare non ci sia storia.

Qui (da Il Post) si trovano citati vari studi su "Quanto costerebbe mettere in sicurezza gli edifici in Italia", con un riferimento esplicito ai costi per la ricostruzione.

(*: Terremoti in Italia nel XXI secolo, Wikipedia. Contando le morti definite "indirette", e considerando per il recente terremoto ad Amatrice e zone limitrofe un totale presunto di 310 morti)
(**: Incidenti stradali - dati provvisori; comunicato stampa ISTAT, 19 luglio 2016).

domenica 28 agosto 2016

Al traino



A me l'Accademia della Crusca sta sempre più simpatica:

"Nell'università sono ormai di larghissimo uso parole come 'abstract' per sommario o talora sintesi, 'feedback' (esempio 'cultura del feedback') per riscontro, 'road map' per piano operativo, cronoprogramma, 'deadline' per termine ultimo, scadenza. "Non si tratta di termini tecnici specialistici della vita universitaria, né di anglismi incipienti, perché ormai sono di largo corso - sostengono i linguisti della Crusca - in questo caso un’istituzione che dovrebbe essere all’avanguardia pare invece al traino di altri centri egemonici, quasi nel tentativo di mostrare così di aver compensato almeno verbalmente la propria staticità". (*)

Ho sofferto per il "teaching hub" (vedi qui), per non parlare della spending review (vedi qui e qui).

Ma forse, e paradossalmente, la Crusca ha torto perché non considera gli aspetti meta-linguistici del problema. Questi abusi linguistici ci consentono di identificare nel comunicante un irrimediabile cazzone, e così di evitare un'ingiustificata agitazione. Mentalmente, rimaniamo stravaccati sul divano, in mutande e con la birra in mano. In attesa, che so io, di un qualche jobs act che ci risolva la giornata.

(*) L'Accademia della Crusca: "Basta con gli inutili termini inglesi aziendali", Adnkronos, 18 agosto 2016.