venerdì 1 novembre 2019

Chiosa a Marattin vs. The Internet



Sto leggendo l'ultimo libro di Thomas Piketty, che è molto bello. Argomenta tra l'altro che le forze politiche social-democratiche non si sono rinnovate e anche per questo si son trasformate nel partito dei laureati e dei ricchi, non più dei lavoratori. Il rischio è che il confronto politico si abbia tra diverse forze di destra: da una parte i liberisti tecnocrati (a la Macron), e dall'altra formazioni populiste e "identitarie", o peggio.

L'On. Luigi Marattin (ex PD, ora Italia Viva) fu un mio studente e ieri su twitter ho scherzato sulla sua proposta di vincolare l'accesso ai social network alla presentazione di un documento di identità. Provo affetto verso i miei ex-studenti, che come minimo hanno avuto il merito di sopportarmi. Però l'ignoranza di Marattin circa le basi di che cosa sia Internet, e riguardo a un problema - l'odio in rete - complesso e ampiamente discusso a un livello ben diverso (si veda per esempio qui) mi ricorda la conversazione che ho avuto con una politologa e amica statunitense, la settimana scorsa a pranzo.

Mi ha chiesto della situazione politica in Italia e le ho risposto che mi sento più preparato a parlare della politica americana, russa, o del Brasile. Guardo fuori dai confini e per non deprimermi leggo poco di quel che riguarda l'Italia, e anzi l'ho minacciata che se avesse insistito, come ritorsione le avrei parlato di Trump.

Alla fine un po' ho ceduto. A mio avviso, le ho detto, da tempo è in opera un meccanismo di "selezione avversa", come direbbero gli economisti: i bravi si tengono fuori dalla politica, e a vincere, al massimo, sono i furbi. E la legge elettorale attuale, anch'essa figlia dei tempi, non premia certo l'indipendenza di giudizio, ma l'opportunismo più sfrenato. Con le dovute eccezioni, che ci sono.

Citavo il caso dell'europarlamentare Elisabetta Gualmini (PD), professoressa all'Università di Bologna anche lei (come Marattin, che è ricercatore) e che prima delle elezioni europee ha spedito un email di propaganda elettorale dal suo indirizzo istituzionale a circa seimila persone, violando oltre il buon senso non so quante regole e chissà se leggi. Apparentemente stordita da un'ignoranza abissale, successivamente ha dichiarato, in buona sostanza, di ritenere di aver ragione.

Luigi Marattin e Elisabetta Gualmini sono tutto men che persone stupide (al contrario) e ritenere che siano dei miracolati della "selezione avversa" sarebbe ingeneroso. Ma le dimensioni delle qualità umane sono molteplici, e il Paese dispone di molte persone, magari non plurilaureate, che prima di commettere tali passi falsi avrebbero mostrato l'umile intelligenza di informarsi e di farsi consigliare.

E la domanda che aleggiava nel corso della chiacchierata con la mia amica americana è un po' la seguente: in quale misura al fallimento dei partiti socialdemocratici europei - o più concretamente, dell'italiano PD - di cui scrive Piketty può aver contribuito un progressivo deteriorarsi dei meccanismi di selezione della classe politica, che ha portato a promuovere persone non necessariamente stupide, ma spesso pericolosamente supponenti e arroganti? Vi è stato, insomma, un qualche tipo di circolo vizioso, in cui il fallimento ha impoverito i meccanismi di selezione e promozione, e un tale impoverimento ha progressivamente reso più inevitabile il fallimento?

Domanda aperta, e da maneggiare con cura, perché il "noi" (gente pulita) contro il "loro" (classe politica mediocre e corrotta) è un segno distintivo dei populismi, e personalmente desidero mantenermene alla larga.

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