martedì 3 marzo 2020

L'Asia del Sud-Est



Per andare in Asia si parte da Istanbul, anzi si dice che Constantinopoli è la porta dell'Asia. Gente che pesca, e tanti pasticcini in vetrine, così è quella città di cui tanto si è scritto ma senza andare al sodo, come sto facendo io con solo due foto.



L'Asia vera è un'altra cosa. Sono essenzialmente i fili. Questi sono fili a nord di Bangkok. In basso si vede una piccola stazione del treno.



Il treno tardava e c'era chi lavorava sui binari, mentre il sole saliva e con lui il caldo, quel misto di caldo e stanchezza di ti prende quando hai passato la notte in aereo.



Ayutthaya fu la capitale di un regno sino a quando non fu abbandonata in favore di Bangkok.



Principalmente viaggio per visitare i turisti, oltre che i luoghi che visitano i turisti. E' tutto un gioco di sponda.



Nakhon Ratchasima, stuzzichini in vendita nell'area di un tempio. Non li ho mangiati.



Stesso luogo, un ballerino.



Basti l'immagine qui sotto come sintesi della quantità enorme di statue che si trovano nel sud-est dell'Asia. Ne producono a bizzeffe.



Una scolaresca a Pimai, che è un bel luogo Khmer.



L'incrocio dove c'è un signore, mezzo steso su una panchina, che ti chiede dove devi andare. Lui osserva gli autobus che arrivano, e se fa al tuo caso te lo ferma. Come faccia a riconoscerli è un mistero. Se non un dottorato in autobusologia, almeno un master quello ce l'ha.



Poi il treno, sino al confine col Laos.



Qui a Vientiane, la capitale del Laos, che è una città tranquilla e gradevole sul Mekong.



Sul Mekong si pesca e io non sono uno che si tira indietro.



I lavori al tempio.



Anche in Laos ci sono tanti fili.



Questo arco di trionfo, a Vientiane, ha una storia curiosa che vi risparmio.



Il centro di documentazione sulle mine anti-uomo è agghiacciante. Questa scultura è saldata con pezzi di bomba. Gli americani bombardarono il Laos in ogni modo possibile.



I cinesi sono molto presenti in Laos. Questo sarà un ospedale.



Vang Vieng. In lontananza, le solite montagne con quella forma che si trova in Asia.



A Luang Prabang mi sono piaciuti questi semplici mosaici, che se ricordo bene risalgono agli anni '50.



Il Mekong e la sua gente sono sempre belli da guardare.



Dei bambini facevano il bagno. Non è proprio il Mekong, ma un affluente che vi si sta buttando.



Io in certi casi non riesco ad essere da meno. Proprio non riesco.



Siccome prevedo di non riuscirci, neppure ci provo ad essere da meno e mi butto subito. Anche un anno fa ho fatto il bagno nel Mekong, ma molto più a valle, in Cambogia.



Vedete il grande masso in fondo? Ecco, era lì che ho nuotato. A due bracciate dalla confluenza col Mekong, che è il fiume in fondo. Dove non mi sono avventurato, perché mi è parso eccessivo (ci vuole misura nelle cose).



Mi piace spiare i monaci.



Luang Prabang è molto turistica. Verso sera si va su una collina per fotografare il tramonto. Io mi ci sono trovato per caso e ho fotografato i fotografi. Davanti:



E anche dietro.



Il simbolo regale in Laos sono tre elefanti sotto un ombrello. Lo trovo molto elegante.



Cerco di non dirlo in giro, ma spesso fotografo i cessi.



Subito prima che gli rubassi la palla. No scherzo. Davvero, non l'ho fatto.



Vorrei ripeterla sta cosa: la palla ce l'hanno ancora. E se non ce l'hanno sarà che gliel'ha presa un altro. Cambiando discorso. Anzi, capitolo: Vietnam. Da Luang Prabang al confine il viaggio è stato stancante ma anche molto bello il panorama di montagna.

Prima città dopo il confine è Dien Ben Phu, l'Adua dei francesi: qui nel 1954 furono sconfitti irrimediabilmente dai vietnamiti, guidati dal Generale Giap. Abbandonarono la partita in mano degli americani, ai quali anche non andò benissimo.

Questi ragazzi stavano cercando di sensibilizzare il prossimo a tener pulito, con esito imperfetto.



Erano i giorni del Tet. Bruciare soldi (finti) porta fortuna.



Baguette, pasticceria e caffé. I francesi qua han fatto anche cose buone.



Avrei bisogno di troppo tempo per descrivere l'impressione che ho ricevuto visitando il cimitero di guerra, il museo di guerra, e le fortificazioni di guerra.



Almeno una volta, Ho-Chi-Minh bisogna mostrarlo, considerato anche che qua lo si trova dappertutto.



Fanno casette in uno stile che mi pare un incrocio tra il neoclassico e il postmoderno. Questo è un esempio, non tra i peggiori.



Ci sono tante piante di mandarini. Sono molto amari (ho assaggiato). Secondo me si potrebbe fare una buona marmellata, come si fa con le arance di Sevilla.



Dall'alto di una delle fortificazioni (che il generale francese aveva chiamato ciascuna con il nome di una sua "amica": doveva essere uno veramente fuori di testa) si vedono le risaie.



Un passaggio al mercato, prima di un bus notturno per Hanoi.



Ad Hanoi c'è molta architettura coloniale, ad iniziare dalla cattedrale.



Vari stili, Deco incluso.



I marchi sono arrivati mi pare tutti. La bandiera rossa con la stella gialla è rimasta.



I progetti di vita qua sono dei più vari.



Questo era il bunker del quartiere generale durante la guerra. Il posto del Giap.



Il mausoleo di Ho-Chi-Minh ha una sua forza.



E' fotografato.



Su più livelli.



In fondo alla città c'è il fiume, desolato, ed è un piccolo mondo di barche dove vive della gente.



Treno notturno, e un capitolo a parte si potrebbe aprire sulle stazioni. Qui sotto, la stazione di Hué, che sta circa a metà del Vietnam.



Quando un romagnolo incontra un pedalò, si mette sull'attenti e se riesce prende nota.



Hanno una loro grazia, queste due creature volanti in riva al fiume che taglia in due Hué.



La reggia di Hué è bella.



Trovo che il Vietnam abbia una bandiera molto azzeccata.



Anche qua si gioca a bocce, o petanque, fate voi.



A volte son le costruzioni brutte a colpirti.



Altra città, lungo la costa. Si chiama Da Nang. Un esempio di sincretismo religioso spinto (e qua frequente).



Un Budda sorridente mette sempre allegria.



La cattedrale di Da Nang sovrastata da un grattacielo.



Dietro, forse, l'oratorio.



Ci sono un paio di ponti arditi.



In un bel museo dedicato ai Cham c'è questa stupenda Apsara dell'XI secolo. Mi sono incantato a guardarla.



Questa foto può apparire insignificante. E' My son. Mostra che i Cham, che mi stavano molto simpatici, non sapevano però costruire un arco.



Verso Hoi An. Anche qua nelle barche disegnano gli occhi come da noi.



Non soltanto nelle barche, ma anche nelle barchette.



Questo è il ponte giapponese di Hoi An. Per attraversarlo si deve pagare. Fine della storia su Hoi An, dalla quale è meglio fuggire.



Prima di fuggire, si faccia un giro attorno, via dalla folla.



Perché altrimenti, la scena è di questo tipo.



Si incontra gente con le idee molto chiare.



Bus lusso. L'unico.



Il luogo del massacro di Son My (o My Lai).



Questo soldato americano si sparò in un piede per non partecipare al massacro di civili inermi. Fu uno dei pochissimi ad uscirne bene.



Una pompa a pedali.



L'oceano.



Più a sud, questa è Quy Nhon. Una gradevole città di mare. Ha un "Beach Hotel".



Gente rilassata se ne trova sempre.



I fili. Un po' mi ossessionano.



In spiaggia si corre benissimo.



Ultima tappa in Vietnam è stata Saigon. L'avevo visitata l'anno scorso e mi piace. Questa volta era molto meno trafficata, per via delle festività del Tet.



Un cantiere riassume bene Saigon di questi tempi.



In Vietnam i musei sulla guerra sono sempre interessanti. Il titolo di quest'aquerello, del 1967, è "Wishing found warhead would kill the enemies"



Il monastero buddista da cui partì Thích Quảng Đức. Una vicenda che ha un ruolo anche in American Pastoral di Philip Roth (sul quale ha ragione D*: meritava il Nobel, certo che lo meritava).




Il viaggio ha disegnato una grande "U" rovesciata. L'ultima tappa è stato un ritorno a Bangkok, in aereo da Saigon.
Visitai Bangkok quasi dieci anni fa e vi sono tornato volentieri.

Ho rivisto volentieri gli infiniti dipinti che raffigurano una variante del Ramajana col suo esercito di scimmie.


Ho colto l'occasione per alcune ultime foto molto significative, come questa.


Sono anche tornato volentieri a navigare il Chao Phraya - è semplice: c'è una barca autobus, un vaporetto insomma.


Le stazioni ferroviarie mi attraggono sempre, forse perché spesso vi si incontra gente interessante.


Questo piccolo tempio di scimmie mi ha molto incuriosito e l'ho osservato a lungo.



Avevo anche un'altra foto da proporre: un gruppo di monaci, di schiena, davanti a un Buddha. Arancione e oro: davvero una bella cartolina. Poi ho pensato, ma no, meglio chiudere con un paio di scimmie, per non rovinare tutto.

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