lunedì 18 ottobre 2021

Ricerca scientifica: cosa ricercare? così, a caso

La scienza non è neutrale, influenzata com'è sia dai rapporti di potere, sia dalle idiosincrasie dei nostri processi cognitivi e delle motivazioni che informano le nostre scelte. Una di esse riguarda di cosa occuparsi e che cosa ricercare. Nella mia vicenda personale è stato tuto determinato dal caso. E qui ci si può fermare, perché già il concetto l'ho espresso, e che potremo mai aggiungere, di fronte al caso. Valga, il breve schizzo seguente dell'aleatorietà scientifico-esistenziale che mi ha sempre governato, come esercizio di memoria.

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Avrei voluto studiare sociologia all'università, e non so bene se fosse perché mi interessava, o perché l'università era a Trento, sulla strada per Monaco di Baviera, dove stava la morosa. Poi ci si lasciò,  ripiegai a Bologna e mi trovai a fare altro. E ci sarebbe spazio per una serie di considerazioni che ometto per carità verso me stesso.

Mi sono occupato di diversi temi, ma in questi ultimi anni le mie ricerche solo riguardano la corruzione. Non ci arrivai per afflato etico e desiderio di contribuire all'estirpazione di tale mala pianta, ma per puro caso: molti anni fa bussò alla mia porta una collega statunitense. Cercava certi dati, che io avevo, e le raccontai di un certo mio lavoro non pubblicato. Mi disse che i risultati potevano essere interpretati come una misura di corruzione. Degli studi sulla corruzione non sapevo assolutamente nulla, ed iniziai ad occuparmene. Altri avvenimenti all'incirca casuali fecero sì che continuassi, nel corso degli anni e un po' a ondate, in una specie di catena in cui una coincidenza tira l'altra. Una ciliegia che tira l'altra: metafora appropriate perché di ciliegie sono golosissimo. 

Per lunghi anni mi occupai di econometria: tesi di laurea, di dottorato, e persino due gradini di carriera accademica. Il tutto senza neppure un segnale di sindrome dell'impostore, essendo sempre stato convinto che gli impostori sono gli altri. Come arrivai all'econometria? Me lo ha ricordato, recentemente, la morte di un brillante inventore britannico, Clive Sinclair, e c'entra anche la morosa che viveva a Monaco di Baviera. E' un altro caso di aleatorietà scientifico-esistenziale, e forse di altro che, nuovamente, ometto per carità verso me stesso. Ma le righe precedenti bastano e concludono, e addentrarsi nell'ulteriore memoria che segue non è necessario.

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ZX Sinclair Spectrum, 1982.
Nell'estate dell'83, a Londra comprai il mio primo computer, un Sinclair ZX Spectrum,  invenzione di Clive Sinclair (nella foto, in basso, dentro a una delle sue numerose invenzioni).

Avevo appreso un po' di linguaggio Basic l'anno prima a scuola, ad Atlanta, e diciasettenne ero tornato dall'America "fidanzato" con A*, tedesca che era stata studentessa in una High School non lontana dalla mia (tra Pennsylvania e New Jersey, perché  ad Atlanta non era finita benissimo). Eravamo persino andati insieme al Prom, io, con uno smocking preso in affitto.

A* era tedesca, i genitori erano separati, e il padre era un dirigente dei servizi segreti - o qualcosa del genere - della Repubblica Federale. La madre era molto simpatica e liberale, e viveva in una bella casa a sud di Monaco, dove in numerose occasioni fui ospite: Bologna-Monaco col treno delle 11 di sera, che arrivava la mattina alle sette.

La madre era molto interessata al gioco d'azzardo. Con un gruppetto di sodali, tra i quali un simpatico austriaco rappresentante di macchine da scrivere ("di transizione", con un piccolo schermo a led, che certo non le salvò dall'imminente estinzione), si erano convinti che al casinò di Baden, a sud di Vienna, certi numeri alla roulette uscissero con maggiore probabilità rispetto ad altri, per via di certe  imperfezioni dovute allà vetustà del piatto. A turno registravano i numeri usciti, di nascosto, perché nei casinò chi prende nota non è apprezzato.

El Dorado, Vienna
    Trascorsi da loro le vacanze di Natale dell'83, a diciotto anni appena compiuti. Un giorno col BMW dell'amico austriaco partimmo per Vienna. La sera loro andarono al casinò, ma A* non era ancora maggiorenne e noi non potevamo entrare. Ci lasciarono in una enorme piscina - tante piscine - che si chiamava El Dorado, coperto da una piramide in vetro. C'era un bar con gli sgabelli in acqua, ci sembrò di essere fighissimi e fu molto divertente.

Rientrati da Vienna, trascorsi ancora diversi giorni in quel paese da ricchi nelle prealpi bavaresi. Sul tavolo nella sala c'erano alcuni libri di statistica che si era procurato il simpatico austriaco, per cercare di interpretare i risultati che provenivano dal casinò. Vi si trovavano dei simboli strani e mai visti (le sommatorie) e non ci si capiva nulla. Se un certo numero era uscito più frequentemente degli altri, sotto quali condizioni sarebbe stato sensato giocarlo? Nessuno aveva una risposta. 
Clive Sinclair. 1984.
Da "The Guardian"

Tornato in Italia, all'inizio del 1984 mi misi all'opera.


Non sapevo nulla di statistica, ma tempo prima avevo comprato sottocosto un libro di statistica della Open University. Non trattava l'"inferenza" e in particolare il tema che mi sarebbe servito e che si chiama "verifica di ipotesi" (trascurando eventuali e rilevanti considerazioni di ordine diverso), ma raccontava le principali distribuzioni di probabilità e, tra queste, la binomiale, che c'entrava. Ci pensai e ci ripensai, e alla fine risolsi con un ragionamento che proponeva (e me ne sarei reso conto un paio d'anni dopo, frequentando un corso universitario), quel che si chiama "verifica di ipotesi". Lo trasposi in un programma in Basic che faceva i conti con il mio nuovo computer. Calcolava, senza che io sapessi che cosa fosse, il "p-value": la probabilità che, nel caso il piatto della roulette sia perfetto, un certo numero esca almeno con una certa fequenza.

Dalla Germania, A* mi inviò i risultati finali del periodo d'osservazione nel casinò di Baden. Feci fare i conti al computer, e il responso fu che il numero uscito più frequentemente non era da giocare, perché non era poi così improbabile che si osservasse un esito di quel tipo anche in presenza di un piatto perfetto. Lo scrissi, ma non mi ascoltarono, e in seguito mi riferirono che perdettero. 

La mia scienza fu insomma inutile in quell'occasione, se non a permettermi di dipingere una ruota da  pavone che si estendeva sino a oltre il Brennero. Ma se tutto questo non fosse avvenuto probabilmente non sarei finito a fare il mestiere che faccio. Forse avrei frequentato sociologia a Trento? Vero è che, negli ultimi anni, mi sono interessato sempre meno di metodi quantitativi, di economia, e sempre più di sociologia. Forse quel che ho raccontato non basta per capire come sia finito, dove son finito, e dovrei scavare più in pofondità: dopo l'econometria, l'economia, la corruzione, e la sociologia, penso che mi manchi giusto la psicoanalisi.

Sir Clive Sinclair Inventor who brought pocket calculators and the earliest accessible computers into British homes. Stephen Bates, The Guardian, 17 settembre 

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