lunedì 10 dicembre 2018

Antonio de Viti de Marco



Molti anni fa fui direttore di un laboratorio dell'università di Bologna. Si trattò di un'operazione dal carattere piratesco, ma sorvoliamo. Avevamo una piccola "web-farm" linux e i server li feci chiamare coi cognomi dei pochi professori che, nel 1931, si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo.

Antonio de Viti de Marco non c'era. Grazie a un libro di Manuela Mosca che ho giusto ora in mano: "Antonio de Viti de Marco. A story worth remembering" (Palgrave Macmillian), apprendo perché.



(P. 50; Capitolo 3, "From University to the Rejection of the Oath", intervista a Antonio Cardini).

E brava Manuela.

martedì 4 dicembre 2018

Te lo faccio vedere io chi sono



Ma io sai che cosa faccio? ma io ti compro un sottomarino.

Perché? se qui davanti a casa nostra quelli c'hanno la barca

e rompono le scatole, io ti compro un sottomarino!


Si può fare: un DRASS DG450 e lo fanno dalle parti di Livorno. Sommergibile tascabile per forze speciali. Vedi anche qui. Serious stuff. Te lo faccio vedere io chi sono, ascia fare a me.

(Il testo, di Piero Ciampi e Gianni Marchetti)





domenica 2 dicembre 2018

Brasil



Mossa, sfocata, questa ragazzina sullo skateboard, che corre, nello spazio metafisico limitato dalla Biblioteca Publica, dal Museo Nacional che sembra un'astronave e che in parte copre, dietro di lui, la cattedrale. Le costruzioni di Oscar Niemeyer, a Brasilia, nel giorno in cui è stato eletto presidente Jair Bolsonaro. E forse è la migliore copertina delle due settimane che trascorso in Brasile - sfocato, mosso, e incredibile.

Un grande triangolo, da Sao Paulo a Brasilia a Rio, passando per Belo Horizonte e Ouro Preto, e poi di nuovo a Sau Paulo, con sosta sul mare a Paraty. Ma l'inizio è stato in Marocco, a Casablanca, che si trova per strada, e la logica (l'assenza di logica) è che quindi, si va a Casablanca. Vado per ordine.

Casablanca.



In città ci sono molti murales che mettono allegria. Fa abbastanza caldo e si passeggia volentieri.



Colazione vicino all'albergo, in centro.



Al mercato, la carne.



E le trippe.



Tanti gatti e un topo morto.



Si alza lo sguardo e si osservano le vite degli altri.



Il minareto della grande moschea, in riva all'oceano, una signora e dei fiori.

Al ritorno in Italia ho raccontato a Fatima che ero stato a Casablanca. "Città pericolosa", mi dice, "cammini parlando al telefono, e capita che te lo strappino di mano". Nulla di tutto questo: Casablanca, dalla quale ero passato frettolosamente anni fa, mi è parsa una città movimentata e piacevole, come in generale trovo il Marocco.

São Paulo

Sabato 26 ottobre 2018, è il giorno prima delle elezioni presideniali. Il secondo turno, tra Haddad, in netto svantaggio secondo i sondaggi, e Bolsonaro.



La differenza è diminuita, e qualcuno ci spera. Capisco il senso di sperare contro ogni logica e per rispetto taccio.



Nel pomeriggio, per le vie del centro c'è un'ultima manifestazione pro-Haddad.



Di São Paulo mi ha colpito l'alternarsi di edifici molto diversi tra loro, bassi e alti, larghi e stretti.



I palazzi opulenti, costruiti coi soldi del boom del caffè.



Modernismo, stream line modern: tutto ha almeno qualcosa di moderno, o una qualche perversione della modernità.



Ci sono molti bei murales.



MI soffermo sui dettagli. E poi Oscar Niemeyer. Avenida Ipiranga, Edificio Copan, terminato nel 1964.



L'ingresso, coi pilotis in cemento armato. Ne vedremo altri, a Belo Horizonte.



"Nunca deixhar de sonhar". Forse anche per questo mi interessa l'architettura.



Sabato pomeriggio. Ultimi tentativi per convincere a votare Haddad. Un tavolo del PT e una bandiera.



"Sei indeciso? parliamone". C'è chi davvero ha fatto tutto il possibile.



Un concerto pro-Haddad per strada, e questa è la Escadaria do Bixiga.



"Prendi coscienza" (Tome -Cons Ciencia), a Bixiga, il tradizionale quartiere italiano.



E scritte, tante scritte. "Com Supremo, com tudo", al centro della bandiera nazionale e invece di "Ordem e progresso". Si cita il politico Romero Jacá, che denuciava l'intenzione di liberarsi di Dilma "con qualsiasi mezzo" (incluso il Tribunal Supremo Federal, la corte costituzionale della federazione brasiliana).



"Sputa qui", sulla faccia distorta di Bolsonaro - e, a sinistra e mezzo strappato, "Attenzione, poesia in progress".



E questo potrebbe essere un programma esistenziale.

Brasilia

Domenica 28 ottobre, aereo per Brasilia.



In Brasile c'è il voto elettronico e nell'atrio dell'aeroporto si può votare.

A Brasilia c'ero già stato nel 2005. Lula inaugurò la conferenza internazionale sulla lotta alla corruzione alla quale ero stato invitato, proprio nella settimana per lui peggiore dello scandalo Mensalão. Mi impressionò la sua capacità di cavarsela: ne ho scritto qui.

Juscelino Kubitschek, Lúcio Costa e, soprattutto, Oscar Niemeyer. Che in questo viaggio mi ha accompagnato e forse ossessionato - risultato non difficile, dato che per le ossessioni, modestamente, ci sono portato.



Tardo pomeriggio, una ragazza con la bandiera di Haddad, non lontano dalla ragazzina sullo skateboard.



La cattedrale, di Niemeyer.



El “exe monumental”, el fuselaje del grande aereo che è Brasilia. I ministeri ai lati, il parlamento con le due semicupole, una verso l'alto (il senato) e l'altra verso il basso (la camera dei deputati. O è il contrario? Io li farei alternare, sarebbe bello. Ho provato viva emozione, camminando, avvicinandomi quasi con trepidazione alla testa della "fusoliera". E' che io per le cose mi emoziono.

Poi sono tornato la sera, col buio: il conteggio dei voti era in corso.



Sino al parlamento, mentre arrivavano i partigiani di Bolsonaro, che attendevano la conferma della vittoria annunciata.



Qualcuno vendeva cose, o da mangiare. Anche nelle grandi vittorie, o sconfitte, c'è un aspetto commerciale.



C'era musica.



Entra Bolsonaro, quasi in trionfo. Sfocato e in movimento, la cattedrale come sfondo.



Una ragazza vende bandiere, le auto in carosello e immobili, e in lontananza i ministeri.



Tra questi, il bellissimo Itamaraty, Ministério das Relações Exteriores. Nel 2005 vi andai a un ricevimento. Fa da sfondo a una signora che festeggia la vittoria di Bolsonaro. Che in un certo senso ho festeggiato anch'io, non perché fossi contento, ma mimeticamente, perché ero in mezzo a chi festeggiava.



La prima conferenza stampa del vincitore, nel televisore in vendita in un negozio di elettrodomestici, e la faccia triste di un commesso.

A Brasilia ho visitato, o semplicemente visto, diverse istituzioni.



Qui spiegano come si tiene il cartellino identificativo, la crachá.



Questa è la Procuradoria Geral da Républica.



Questo, c'è scritto nella foto.



E' anche questo di Niemeyer.



Il Supremo Tribunal Federal, di Niemeyer anche lui.



Mi sono incantato a guardarlo a lungo.



"Deste Planalto Central, desta solidão em que breve se transformará em cerébro das mais altas decisões nacionais, lanço os olhos mais uma vez sobre o amanhã do meu país e antevejo esta alvorada, com uma fé inquebrantável e uma confiança sem limites no seu grande destino". Juscelino Kubistchek

Juscelino aveva una retorica robusta.



Torno al Itamaraty. Anche da qui non riuscivo ad allontanarmi. Non so se a tenermi lì fosse l'architettura - alla fine, che ne so io, di architettura? - o quell'idea di modernità che tagliava l'aria.



"Meteoro" di Bruno Giorgi: il mondo come una meteorite. Mi spiace di non aver visto l'Ambasciata d'Italia, di Nervi.



Palácio da Alvorada, Brasilia (in visita a una mia copertina). Ambigua metafora del potere come casa di vetro: trasparente da fuori, o panoptico che tutto osserva, da dentro. Qui vivrà Bolsonaro.



Non so se chiudere il reportage da Brasilia con questo'ultimo sguardo al Parlamento, o con il signore che ha steso la sua amaca, poco distante dalla tenda dove credo viva, nel mezzo di uno svincolo delle strade enormi che disegnano le "ali" di Brasilia. Nel dubbio, le riporto entrambi.




Belo Horizonte.



L'alba a Belo Horizone, mercoledì 31 ottobre, dall'Hotel Othon: "Erguido em 1978 na avenida Afonso Pena, o prédio tem como jardim nada menos que o Parque Municipal. O Othon foi o primeiro hotel de luxo de Belo Horizonte, permanecendo como única hospedaria de alto padrão da capital por quase 20 anos."



Hotel di lusso dal volto umano, in cui puoi persino aprire la finestra, al 27esimo piano, per stendere il bucato. Io non sono un tipo da hotel di lusso.

Belo Horizonte è l'"altra" (oltre a Brasilia) città brasiliana fatta a tavolino. Piano regolare, reticolo tagliato con diagonali. Capitale del Minas Gerais, insomma, oro e miniere, e industrie, come la Fiat.



Si guardano i palazzi e i loro dettagli. E si incontra il bellissimo Edifício Niemeyer, quasi sulla Praça da Liberdade.



E' leggerissimo, anzi, vola.



Sostenuto quasi miracolosamente, anzi, lanciato in cielo, a volare, da una serie di pilotis e da un corpo centrale quasi invisibili.



Strade larghe e pulite.



L'hotel Othon, dal grande parco. In una finestrella in alto a sinistra, a ben guardare, si vede il mio bucato steso.



Nel terrazzo dell'Othon c'è una piccola piscina e un ristorante, e una gran vista sulla città.

Ouro Preto

Da Belo Horizonte, bus per Ouro Preto, "Oro scuro", l'oro delle sue miniere. L'antica capitale che è circa sulla strada per andare a Rio. Era il centro economico e capitale di Minas Gerais prima che lo diventasse Belo Horizonte, e qui ci fu l'"Inconfidência Mineira", prima vera rivolta indipendentista contro il Portogallo, guidata da Joaquim José da Silva Xavier, o Tiradentes (faceva il dentista). Personaggio mito della storia brasiliana, morto, impiccato dai portoghesi e quindi martire, nel 1792.



A Ouro Preto c'è un altro edificio leggerissimo che sta per decollare, l'Igreja de São Francisco de Assis di Antônio Francisco Lisboa, che fu tutto un personaggio.



Salite e discese, la città fu fatta qui perché c'erano le miniere. Addirittura, in centro in città.



Tengon tutto ben in ordine.



Ci si trova un'opera giovanile di Niemeyer, il Grande Hotel de Ouro Preto, del 1940. Linee pulite, niente di spettacolare, ma anche i geni dovranno pure imparare, da giovani.

Rio de Janeiro

Bus notturno da Ouro Preto, arrivo la mattina presto a Rio.



Luce bassa, quartiere popolare di inizio '900, per la strada che dalla stazione "rodoviaria" porta al centro. "E' pericoloso, non si deve andare a piedi". Mai dare retta, per principio. E poi la gente spesso ha paura senza alcun motivo.



Per strada mi sono fermato a guardare tante case. Da quando ho deciso di interessarmi all'architettura, giro sempre con la testa per aria.



Questo è l'acquedotto della Lapa. Era un acquedotto, ora è la via del tram che si inerpica verso Santa Teresa.



La spiaggia, a Glória.



Qui sono a Lapa, non lontano.



In centro.



Un particolare dello stesso edificio.



La Livraria folha seca, schierata, e con bei libri.



L'università che si trova a Urca - che già il nome mi piace.



Il bar dell'università.



Lì vicino c'è la Praja Vermelha, ai piedi del Pan de Azucar.



La birra sul muretto, a Urca, guardando la baia di Botafogo.



Scontata, eh? Mi verrebbe persino da commentare: "E' il Cristo Redentore che abbraccia l'affascinante umanità di Rio de Janeiro, l'umanità dei ricchi e quella dei disperati delle favelas". O qualcosa del genere. Ma non ho mai negato di essere un turista, anzi, sono turista sempre, non stop. Anche in questo momento, mentre rileggo preoccupato quel che ho scritto.



Santa Teresa, una specie di "Pratello" (il vero turista relaziona tutto alla sua provincialissima esperienza quotidiana). Temer, golpista, così dice. Dice anche "Samsung".



Monte Alegre. Che bei nomi, e che bella città.



Una città piena di murales: ai brasiliani piace disegnare.



E incontri gente che vorresti che si fermasse per raccontarti una storia.



Non fotografo i mercati, ma i prezzi. A volte ricordo di essere anche un economista e mi dico, devo prender nota.



Spero sempre, nei miei viaggi, di incontrare qualche verità. Sui muri, principalmente.



"Preciso Verte Perto" (Ho bisogno di verde qui vicino). Ecco un'altra verità, su un muro.



In questa bella casa sgarruppata a Santa Teresa c'è anche un bar, e credo una piccola libreria. E' bella Santa Teresa.



Un discorso a parte lo meriterebbero le scimmie di Rio.



I bambini di Rio, che giocano a calcio in una strada del centro.



Alla fine, ne esci con l'idea che, sorprendentemente, paradossalmente, si, Todo mundo é bom.



E come altro potrebbe essere, o mundo, in una città dove in metropolitana puoi entrare con la tavola da surf.



Per andare, con la tavola, che so io, al Copacabana Palace. Negli anni trenta vi soggiornò Walt Disney, che contribuì a promuovere una certa idea "globale" del Brasile.



A Copacabana.



A bere caipirinha.



E a Ipanema, aspettando che appaia la garota della canzone, perdendo tempo a guardare qualche surfista che per un po' sta diritto.



E poi cade, e con l'onda diventa uno.



Rifletto sulle tante cose da capire, che sono anche libri da leggere, come il "Casa-grande & senzala" di Freyre. E riflettendo saluto Rio, e parto per Paraty.

Paraty



La strada in bus per Paraty è lunga e ci si ferma per strada, dove incontro questa mucca cartonata (amo i cartonati), sotto un sole quasi verticale.



Visto che son qua per via della corruzione, mi son detto, questa foto è inevitabile. Lava jato, autolavaggio, il nome dell'enorme scandalo di corruzione che, sia detto per le vie brevi, ha portato all'elezione di Bolsonaro.



Paraty fu importante come punto di imbarco per l'oro delle miniere di Minas Gerais, prima che creassero la "strada nuova" che porta a Rio. Si trova circa a metà strada tra Rio e São Paulo. Finesettimana e tanti turisti.



In questo reportage fotografico volevo lasciare un segno anch'io.



C'è un forte su una collina sul mare. Uno dei miei progetti è di visitare tutte le fortificazioni portoghesi fuori dal Portogallo. Me ne mancano ancora molte, ma molte ne ho viste.



Paraty è una cartolina un po' "leccata". Meglio bere in spiaggia, dove mi sono incantato a guardare questo signore.

Domenica 4 novembre, un viaggio terribilmente lungo in bus per tornare a São Paulo. Ancora un giorno lì, e poi basta.

Chiusura del triangolo e ritorno

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Ogni viaggio ha una certa geometria - in questo caso, triangolare, con chiusura al punto di partenza, São Paulo. Dove mi son trovato in una stanza d'albergo dalla quale vedevo bene, ben vicino, di nuovo, l'Edifício Copan. Di nuovo, e con un dubbio: se in Brasile non sia andato per una mia ossessione architettonica.



Quali edifici, o cosa, cosa mettere dentro al Brasile. Dentro anche a quello spazio altamente simbolico che è il centro della bandiera, il centro del mondo che sta nella bandiera del Brasile. Al posto del motto ufficiale, "Ordem e progresso", a ricordare quell'idea di modernità con la quale il Brasile combatte da sempre. E' uno spazio, se non negoziabile nella sua ufficialità, senz'altro appropriabile da chi vuole: su un disegno, un manifesto, un muro.

Mura spesso usate per parlare, per quel che ho visto.



A volte per urlare, in grande e con tanti colori.



O per sussurrare quasi con discrezione, e con tanto di hashtag, #forabolso, "via Bolsonaro". Perché le fognature anche loro sono una rete delle reti, e ci sarà anche twitter là dentro nella merda interconnessa, per cui gli hashtag servono.



Arrivo a Casablanca, per una sosta rapidissima, e c'è tanto sole.

Mi sono impegnato, e ho letto tanto per informarmi e per cercare di capire, anche i miei primi due libri in portoghese: Brasil: uma biografia, di cui ho già scritto, e Valsa brasileira di Laura Carvalho. E' un libro che ha avuto successo; una lettura da sinistra della storia economica recente del Brasile. Contiene tanti dettagli, troppi. Come forse anche questo racconto; ma da quando mi interesso di architettura, giro con la testa per aria, e l'ho già detto, no? E mi ripeto e un po' mi perdo.

Forse sono le immagini sfocate e in movimento quelle che contano di più, come la ragazzina che si muove rapida sullo skateboard, mentre il Brasile anche lui si muoveva e sceglieva il suo nuovo presidente, Jair Bolsonaro.