domenica 7 luglio 2019

Debre Libanos



Debre Libanos, maggio 1937: "Secondo le ultime ricerche storiche, il numero delle vittime di questa strage sarebbe compreso tra 1.800 e 2.200, mentre il rapporto ufficiale stilato dal Viceré Rodolfo Graziani parla di “solo” 449 morti."

Non mi fermai a Debre Libanos, ma solo vi passai, di ritorno a Addis Abeba. Avrei voluto, ma la sera stessa avevo un aereo per rientrare in Italia.

A Debre Libanos ci fu una mattanza, e così a Addis Abeba, all'indomani dell'attentato al criminale di guerra Rodolfo Graziani. Fece bene il Presidente Mattarella a chiedere scusa, alla presenza di partigiani etiopi. Migliaia di civili uccisi senza nulla che somigliasse a un processo. Semplicemente, assassinati, dai fascisti.

Manlio Di Stefano, le cui dichiarazioni (autentiche) sono riportate sotto, è sottosegretario di Stato al Ministero degli affari esteri. Stan terminando le parole per descrivere quel che ci sta capitando, in Italia.

Il documentario "Debre Libanos" sarebbe da mostrare nelle scuole: ai futuri Di Stefano forse ne rimarrebbe un ricordo. Del resto, non possiamo che pensare al domani: l'oggi mi pare irremediabilmente pregiudicato.








venerdì 5 luglio 2019

#Vazajato



"VEJA sempre foi — e continua — a favor da Lava-Jato. A luta contra a corrupção tem sido um dos pilares da nossa história. Mas os diálogos que publicamos nesta edição violam o devido processo legal, pedra fundamental do estado de direito — que, por sinal, é mais frágil do que se presume, ainda mais na nossa jovem democracia. Jamais seremos condescendentes quando as fronteiras legais forem rompidas (mesmo no combate ao crime). Caso contrário, também seríamos a favor de esquadrões da morte e justiceiros."

The Intercept - Brasil, in quest'ultima tornata di rivelazioni, collabora con Veja, che fu molto pro-Lava Jato. Non male la strategia di The Intercept, con queste collaborazioni importanti - prima, FOlha de S.Paulo, ora questa.

#Vazajato lo sto seguendo per interesse professionale, ma non nego la curiosità per la storia in sé. Sarà che non ho la televisione e non mi sono mai cibato di serie televisive, ma insomma: come andrà a finire?

Aggiungo: come si sente, in Italia, la mancanza di qualche vera e seria iniziativa di giornalismo investigativo. Pirata, che non guardi in faccia a nessuno, e non raffazzonata ma seria.

E per ultimo: ma sto Greenwald... questo è il secondo scoop epocale della sua carriera (dopo il caso Snowden). Un mito.

Novos diálogos revelam que Moro orientava ilegalmente ações da Lava Jato. Di Glenn Greenwald, Edoardo Ghirotto, Fernando Molica, Leandro Resende e Roberta Paduanaccess, 5 luglio 2019.

mercoledì 3 luglio 2019

Da Ferrara mi scrivono



Il Rettore dell'Università di Ferrara, Prof. Zauli, mi dedica una lettera personale in risposta a quanto ho scritto.

Mi pare che in essa vi siano due questioni da sottolineare. Per primo, il Rettore Zauli dichiara, a proposito delle conclusioni della Commissione etica del suo ateneo circa le accuse di un noto whistleblower tedesco:

"Dopo oltre sei mesi di approfondimenti la Commissione Etica ha archiviato il caso non essendo emersi a mio carico né elementi dolosi né di colpa grave."

Me ne rallegro; ma ci voleva così tanto a farlo sapere? E' vero (purtroppo, aggiungo) che, come scrive il Prof. Zauli, "l’Università non è in alcun modo obbligata a rendere pubblicamente conto agli organi di stampa [...] degli esiti [di tali] procedimenti [...]". Ma questo può applicarsi anche al Rettore, considerato il costo reputazionale per l'istituzione? E' vero che l'Università di Ferrara "non è tenuta", ma chi venga scagionato, mi pare, senz'altro "può" render pubblici gli atti. E secondo me, in un tal caso, dovrebbe - per responsabilità e per senso dell'istituzione.

E inoltre: chi avrebbe formulato delle accuse false (se ben capisco, e ovviamente non avendo letto le conclusioni raggiunte dalla Commissione etica, essenso esse segrete) è stato informato? Lo chiedo, dato che a distanza di mesi, quei documenti sono ancora pubblici.

E a fronte di un tale scagionamento di cui gli organi collegiali dell'Università di Ferrara sono edotti: scrivevo che a mio avviso sarebbe stata doverosa (da parte dei docenti) "solidarietà, e difesa della propria Università ingiustamente insultata". Sino ad ora tale solidarietà non si è registrata, ma ora che tutti sono informati, magari si rimedierà. Nel qual caso, la mia critica ai colleghi ad oggi silenti perderà ragione d'essere, e con loro anzi mi scuserò pubblicamente - per quanto penso che non sia sfuggito il carattere retorico della mia posizione.

Seconda questione, il Rettore scrive: "Intendo quindi applicare lo stesso rigore che ho applicato a me stesso a tutti coloro che per protagonismo o forse per ragioni non dichiarate si permettono attacchi gratuiti e diffamatori. È mia ferma intenzione salvaguardare la reputazione mia personale e dell'Ateneo in tutte le opportune sedi."

E' un po' triste che la si butti sull'attacco personale e che si facciano insinuazioni, francamente offensive. Quali "ragioni non dichiarate"? Perché voler screditare personalmente l'interlocutore? E' chieder molto, a una figura pubblica, serenità, e ragionamenti sul merito delle questioni?

A far domande e ad esprimere opinioni sull'agire delle nostre istituzioni non si diffama nessuno. E nel caso che le parole del Rettore dell'Università di Ferrara annuncino una prossima azione legale nei miei confronti: bene, si andrà sino in fondo. Amo le questioni di principio: la libertà di espressione e di rivolgere critiche a un'istituzione pubblica sono sacri diritti. Difenderli - in qualunque sede, appunto - sarà sicuramente degno di una buona battaglia: soprattutto in un'epoca in cui, forse, è giunta l'ora di spendersi in nome di qualche principio a noi caro. Considerando inoltre la protezione che la Costituzione offre al diritto di espressione e di critica (soprattutto, nella giurisprudenza, verso le personalità pubbliche o che comunque esercitano una funzione pubblica) senz'altro eventualmente contemplando la possibilità di andare oltre a una mera difesa.

Riservandomi, per ultimo, di chiarire le diramazioni e le implicazioni del parallelo proposto con Joseph Goebbels (due "B") che, credo, richiederebbe se non altro una scusa pubblica da parte del Magnifico Rettore dell'Università di Ferrara: certi confronti feriscono molto. Non fanno onore all'Università e alla città di Ferrara, la cui storia forse il Rettore Zauli non conosce abbastanza bene.

Proviamo però a vederci qualcosa di positivo in questa vicenda: penso che si possa dire che, se non avessi scritto quel che pensavo, il Rettore dell'Università di Ferrara non avrebbe chiarito pubblicamente i fatti. E togliendomi l'abito professorale, e indossando quello di cittadino, un po' scorato mi chiedo: ma perché in Italia, per avere un po' di trasparenza dalle nostre istituzioni, si deve sempre "piantare un casino"?

venerdì 28 giugno 2019

Nella sfera telematica tutto è pubblico



Nuovo scandalo per concorsi presuntamente truccati, che decapita l'Università di Catania, e pubblicazione di intercettazioni. Persone che in tutta evidenza non pensavano di parlare "in pubblico". Ma tutto è pubblico nell'era della sfera telematica: da quel libro di vent'anni fa ho reperito un paragrafo pertinente.

"Il carattere tendenzialmente pubblico dell’informazione rende problematica l’adozione di strategie segrete nei confronti dei propri interlocutori, sia all'interno che all'esterno dell'organizzazione. Il vertice che non tenga conto della mutata situazione è destinato ad essere vittima di ripetute gaffe, come avviene a chi ha una percezione errata della geografia situazionale rilevante. In questi casi, la strategia e il tipo di leadership opportuna consiste nel cercare gli assetti possibili che permettono una comunicazione tendenzialmente non differenziata a seconda dei diversi interlocutori. Si tratta di un esempio di una strategia delle compatibilità, l’unica in grado di essere comunicata immutata in ognuno degli ambiti, non più impermeabili, rilevanti per la sua esecuzione. Se vi è permeabilità comunicativa tra i diversi ambiti, il dominio delle strategie organizzative non è più segnato da un confine ben definito tra l'organizzazione e l'ambiente esterno. Tutte le strategie dell'organizzazione tendono ad essere, almeno in parte, delle strategie di sistema"

Presentai il nucleo dell'argomentazione del libro a un convegno a Ottawa, Canada, nel 1998 - incoraggiato da Osvaldo Croci. Per ritrovare questo brano ho dato una scorsa ad alcuni capitoli. Era un libro visionario e aveva una copertina bellissima, derivata dalla mappa di una zona di centuriazione romana vicina a Cesena. L'editore, Maurizio Marinelli, la trasformò in qualcosa che ricorda un circuito integrato, così aggiungendo, anche in copertina, una visione.

Adesso scrivo a Maurizio per chiedere se, dopo tanti anni, mi permette di pubblicare il libro su Internet: che rimanga ormai quasi privato ne smentirebbe la tesi. Anzi, essendo tutto pubblico, gli ho scritto qui.

PS. 29 giugno: mi risponde Maurizio Marinelli (nella sfera telematica, è tutto in pubblico, che dico, in piazza)

“Baskerville pubblica libri non per guadagnare con i libri ma perché ritiene che quei libri abbiano il valore per essere diffusi; per questo i libri di Baskerville sono degli autori che li hanno scritti e che ne possono fare quello che vogliono. Quindi, caro Lucio, fanne quello che vuoi. Se vuoi possiamo pubblicarlo gratuitamente anche noi nella piattaforma gratuita in cui pubblichiamo da anni e gratuitamente i nostri nuovi libri: https://www.issuu.com/baskerville.it

E a giorni il libro sarà disponibile, appunto, su https://www.issuu.com/baskerville.it

mercoledì 26 giugno 2019

Università di Ferrara, e i suoi prof di scarso valore

(Parla di questo post: Effetto Streisand: arrivano i rinforzi. Di Sylvie Coyaud, 26 giugno 2019)

(3 luglio 2019: La risposta del Rettore dell'università di Ferrara e la mia replica)

Fatico a portare rispetto ai professori dell'Università di Ferrara - almeno agli "ordinari" tra loro - che dan per scontato il privilegio dell'"inamovibilità" di cui godono, e fingono di ignorare i tragici motivi storici che portarono ad essa: per renderli liberi di dire "no".

Fatico a portare loro rispetto, osservando il silenzio che avvolge la vicenda del loro Rettore, il Prof. Giorgio Zauli, accusato da un noto whistleblower di gravissime violazioni dell'etica della ricerca scientifica. Accuse che, se vere, dovrebbero portare alle sue dimissioni immediate. E se false, richiederebbero solidarietà, e difesa della propria Università ingiustamente insultata.

Fatico a portare rispetto a questi professori, che non han detto nulla - pare - per contrastare il silenzio dell'Università, che si sarebbe rifiutata di render noto a un giornalista l'esito dei lavori della commissione chiamata a valutare quelle accuse.

E che non han mosso un dito per chiarire se sia vero, come è stato denunciato, che almeno un membro di detta commissione si trovi in conflitto di interessi.

Questi professori di scarso valore godono di privilegi che pochi hanno in Italia, e non restituiscono nulla.

Per conoscenza, queste righe sono segnalate al Responsabile Anticorruzione dell'Università di Ferrara. Aspettando l'esito della richiesta accesso agli atti che qualcuno avrebbe presentato.

Post scriptum, 26/06, ore: 12:06: Mi segnalano che il coautore del rettore Zauli, membro della commissione, rinunciò a partecipare ai lavori della medesima, successivamente alla segnalazione del caso da parte di Sylvie Coyaud (si veda il riferimento qui sotto).


Note

  • Le accuse: Flawed cytometry of Rector Giorgio Zauli, di Leonid Schneider, "For Better Science". 15 maggio 2018.

  • Cosa è accaduto in seguito, secondo "Estense": L’Università chiamata a decidere sul comportamento etico del suo rettore, di Daniele Oppo, 6 giugno 2018.

  • L'origine storica dei nostri privilegi. In buona sostanza, la firma di fedeltà al fascismo del '31, quasi unanime, e poi la cacciata dei professori ebrei in seguito alle leggi razziali. "Nel dibattito che si ebbe in Costituente, rientrò l’emendamento Leone/Bettiol, che intendeva sancire in Costituzione l’inamovibilità dei professori, e che però si ritiene “assorbito” nel testo attuale (si veda il commento di Umberto Izzo). E così nel Decreto Presidente Repubblica 11 luglio 1980, n. 382, si legge all’Art. 7.: “Ai professori universitari è garantita libertà di insegnamento e di ricerca scientifica”, all’Art. 8, “I professori ordinari sono inamovibili e non sono tenuti a prestare giuramento”.
    (Dalla Lectio Magistralis che ho tenuto all'Università Ca' Foscari il 4 giugno 2019).

  • Perché la vicenda riguarda il Responsabile Anticorruzione dell'università di Ferrara. In base ai suoi doveri stabiliti alla legge - per esempio, circa le violazioni del Codice etico d'Ateneo, e considerando la definizione di corruzione fornita dall'Autorità Nazionale Anticorruzione, secondo la quale (PNA 2012, p. 13): " “Le situazioni rilevanti sono più ampie della fattispecie penalistica (...) e sono tali da comprendere (...) anche le situazioni in cui – a prescindere dalla rilevanza penale - venga in evidenza un malfunzionamento dell’amministrazione a causa dell’uso a fini privati delle funzioni attribuite ovvero l’inquinamento dell’azione amministrativa ‘ab externo’, sia che tale azione abbia successo sia nel caso in cui rimanga a livello di tentativo”.

  • Sulla presenza di un conflitto di interessi, si veda l'intervento della giornalista Sylvie Coyaud.

  • Perché la questione del conflitto di interessi, e in generale del modo in cui si indagano i casi di presunta violazione dell'etica della ricerca scientifica, è importante: perché il conflitto di interessi e l'opacità delle procedure spesso han permesso di farla franca. Si veda per esempio il caso di un laboratorio di ricerca su una grave malattia genetica rara presso l'Università di Bologna (finanziato anche da Telethon), con uno o più esperimenti basati su campione "di soli 5/6 animali [omissis] nel 2016 e confrontati con esperimenti su topi di controllo condotti nel 2015" (da un documento riservato dell'Università di Bologna).

lunedì 24 giugno 2019

Bahir Dar, e l'Africa dentro alla storia



Passai per Bahir Dar a fine novembre del 2015. Vi arrivai in autobus da Gondar con Massimo - in alto, il razionalista palazzo delle Poste, costruito nel 1938. Bahir Dar si trova nella riva meridionale del grande lago di Tana, dal quale nasce il Nilo Blu.



Visitammo alcune isole dove si trovano delle chiese con dei dipinti. La mattina del giorno dopo andai da solo a fare una passeggiata in riva al lago, seguendo un sentiero in mezzo alle frasche.



Attraverso un'apertura vidi un bambino che nuotava. Continuai a camminare e mi imbattei in alcuni ragazzi che leggevano dei quaderni. Con uno di questi mi misi a parlare: mi disse che erano studenti dell'università, un edificio che si trovava lì a fianco, e stavano ripetendo la lezione. Quel ragazzo studiava tecniche di risoluzione dei conflitti.

Ci scambiammo gli indirizzi; mesi dopo, a casa mi arrivò una sua bella cartolina. Volevo rispondergli, davvero volevo rispondergli, e mi vergogno a dire che purtroppo alla fine non lo feci.

Nei giorni scorsi a Bahir Dar c'è stata una rivolta ed è stato ucciso il governatore, tale Ambachew Mekonnen. Si è trattato di un tentativo di colpo di stato, segnato, ad Addis Ababa, dall'omicidio del capo delle forze armate, il generale Seare Mekonnen. Sono segnali preoccupanti da collegare con i tentativi di riforma del primo ministro Abiy, e dei delicati rapporti tra le diverse etnie, e tra queste e i tigrini, minoranza che ha sempre comandato, ma ora ha dovuto lasciar spazio ad altri.

Cerco di seguire i fatti di Etiopia, e dell'Eritrea, che non ho mai vistiato e per la quale provo un desiderio intenso. Soprattutto da qualche anno, cerco, per così dire, di tener l'Africa dentro alla storia. E' un tema affrontato da alcuni libri recensiti da The New York Review of Book. Si tratta di recensioni interessanti. Per esempio, riguardo a un libro di Herman Bennett (*) si afferma che "fierce competition between Portugal and Spain over the African Atlantic, which was significantly mediated by the Church, was crucial to the creation of the modern nation-state and of what became modern European nationalism. Early national identities in Europe were forged, to a substantial extent, on the basis of competition over trade and influence in Africa.".

Non solo, quindi, l'Africa è dentro alla storia ma, in modo ancor più intenso è dentro alla nostra storia.

Con Bahir Dar non ho terminato. Lo studente che incontrai mi accompagnò lungo lo stesso sentiero verso il centro della città. Non lontano da dove avevo fotografato il ragazzino nel lago sentimmo un fruscio, e a pochi metri da noi vedemmo un coccodrillo - magro, lungo un paio di metri, con il corpo ben sollevato - scappare, velocissimo, verso l'acqua. Tornai in albergo, e con Massimo andammo a prendere un autobus in direzione Addis Ababa, dove saremmo arrivati due giorni dopo. Questo fu per me Bahir Dar, terra degli Amhara, dove secondo il governo etiope la situazione è ora sotto controllo. Del coccodrillo non ho alcuna foto, ma io non mento.

Ethiopia Army Chief Killed In Attempted Coup, Government Says, di Sasha Ingber, National Public Radio, 23 giugno 2019.

(*) African Kings and Black Slaves: Sovereignty and Dispossession in the Early Modern Atlantic
di Herman L. Bennett. University of Pennsylvania Press, 226 pp., $34.95

martedì 18 giugno 2019

Rocky steps



Visto che si parla della cosiddetta scalinata di Rocky, così ci capitai, mi pare. All'aeroporto di Atlanta ci arrivai in autobus, dopo che l'auto che mi avrebbe dovuto portare iniziò ad emettere vapore dal radiatore. La cosiddetta "Area Rep" dell'organizzazione che mi aveva mandato a fare la quarta liceo negli Stati Uniti mi piantò a un palo del bus e si dileguò. Fu la conclusione di una serie di eventi: accadde questo, ma se mi cacciarono di casa, l'ultima pagliuzza fu che avevo spintonato uno dei tre figli della host family contro l'enorme frigorifero. Ero affascinato da quei frigoriferi mostruosi e per me del tutto nuovi che sputavano anche i cubetti di ghiaccio. Forse nel mio delirio donchisciottesco, quel frigorifero lo scamnbiai per un mulino.

Prima, giusto un istante prima di quel tributo al grande frigorifero, quella specie di fratello adottivo dalla tasca aveva tirato fuori un coltello. E prima che il coltello uscisse dalla sua tasca avevamo discusso, animatamente ma senza nulla che somigliasse a violenza. Potrei srotolarla tutta sta vicenda, dall'inizio e passando anche per il cartello "Italian stinks" che il fratellino, caro, aveva appeso sul suo letto.

L'aereo riuscì a prenderlo e all'aeroporto di Philadelphia mi accolse Helen - Area Rep locale, molto più presente a se stessa rispetto alla suonata di Atlanta. Prima di portarmi dalla nuova famiglia andammo un po' a zonzo in auto in centro, passammo da South Market - il quartiere italiano. Mi disse con parole chiare che apprezzai, Lucio, se fai casino anche stavolta ti rispediamo in Italia. Forse è con lei e in quell'occasione che vidi i "Rocky steps". Ma a me Rocky non è mai piaciuto.

lunedì 17 giugno 2019

Lava-Lava Jato (going very meta)



"Anticorruption is corrupt" è il titolo provvisorio del progetto al quale sto lavorando. Un caso di studio riguarda il Brasile.

"The Intercept Brasil", forte di un incredibile archivio di conversazioni riservate sul quale ha messo mano, accusa esplicitamente di corruzione i paladini anticorruzione (l'ex-giudice, e ora ministro, Sérgio Moro, e il procuratore di Curitiba, Deltan Dallagnol): "O processo foi corrompido, comprometendo o julgamento das instâncias superiores." (A Lava Jato usou o Judiciario para fins políticos, di João Filho).

Riassumendo: c'era un governo senz'altro corrotto, ma non malvagio, con Dilma Rousseff Presidente della repubblica. Con accuse di corruzione, la si fece dimettere, e con metodi forse corrotti si mandò Lula in prigione, impedendogli di candidarsi alle elezioni presidenziali. Lo sdegno anticorruzione ha spianato la strada all'elezione alla presienza di Jair Bolsonaro, per descrivere il quale non trovo parole gentili. Che nomina ministro della giustizia l'ex-giudice Sérgio Moro. Gode la borghesia brasiliana, che non aveva per nulla apprezzato l'aumento dei salari della servitù rispetto ai bei tempi anteriori in cui i servi stavano al loro posto (si veda, per es, Valsa Braisileira di Laura Carvalho).

L'anticorruzione è corrotta: circolo chiuso? Meglio non chiudere un bel nulla e "andare meta" - soprattutto in queste settimane, in cui attorno a me pare che tutto sia molto "meta".

Orientiamo allora i fari sull'anti-anti-corruzione di The Intercept Brasil. Che accadrà ora? Magari non molto, e il potere incasserà il colpo, complice la stampa come "O Globo", in pieno regime di controllo del danno. Oppure, il popolo brasiliano rinsavirà e riparerà l'ipotetico torto - Lula scarcerato, e in futuro magari presidente? Questa sarebbe l'opzione "sistema lineare, spinta fuori dall'equilibrio, rientro". E se invece la situazione fosse "accelarazionista", per così dire? Se invece di tornare a un tranquillizzante equilibrio all'incirca democratico - da paese in transizione ma con tante luci, insieme alle ombre - si imboccasse una tragica spirale verso il basso e ancor più corrotta? Insomma: se l'anticorruzione è corrotta, com'è l'anti-anticorruzione?

Going meta è come arrampicarsi su una spirale dalla quale, spira dopo spira, tutto laggiù appare nebuloso. Però, è un bel perdersi.

(nella foto: Sérgio Moro ministro della giustizia, ex-giudice, che in Brasile non incontrai).

martedì 11 giugno 2019

Venezia



Il 4 giugno ho tenuto quel che si dice una Lectio magistralis, in occasione del conferimento dei diplomi di dottore di ricerca all'Università Ca' Foscari a Venezia. In alto, il video della cerimonia: il mio intervento inizia al minuto 32 e 30 secondi e verso la fine forse mi sono un po' commosso.

Al solito, quando parlo di temi di etica universitaria, sparlo del rettore della mia università, Francesco Ubertini (in questa occasione davvero mi sono limitato a un mero accenno). Siamo in democrazia, se lo merita, e da sempre io sono un grande appassionato della pesca in barile.

A Venezia me la sono passata molto bene: essendo versatile riesco a divertirmi sia in ciabatte e maglietta (per non dire nudo, che qui non lo scriverei), sia in giacca e cravatta.



I due quadri qui sotto sono i "Segni di guerra" di Gelij Koržev (metà anni '60). E' molto bella la mostra che gli hanno dedicato a Ca' Foscari (abbinata alla Biennale, rimarrà aperta sino al 3 novembre).



Гелий Коржев - Триптих Опаленные огнем войны. Следы войны (1962 - 1967). Venezia, Ca' Foscari.

lunedì 10 giugno 2019

Ancora sul tradire



("Ancora", perché segue questo)

Tradire quindi vuol dire "dare, consegnare": al nemico, comunque ad altri. E' apparsa un'altra lapide finta di Putin (questa volta, a Voronezh). In alto, la prima della serie, lo scorso aprile, davanti alla cattedrale di San Isacco a San Pietroburgo. C'è scritto: "Putin, V.V. - 1952 - 2019. Tradì il popolo russo". Con il verbo "предать" che significa "dare". Consegnò il popolo russo - ai nemici, alle avversità, comunque a chi non doveva riceverlo.

Si dice che Putin abbia un rapporto primordiale col concetto di tradimento inteso come "consegna", e che divida il mondo nettamente tra i "suoi" e "quelli degli altri". Un'analisi dei suoi discorsi forse mostrerebbe una frequentazione relativamente intensa di un tale campo semantico. Accusar lui di tradimento, di consegna al nemico del popolo russo, significa ripagarlo della sua stessa moneta: anche per questo è un'immagine forte.

Nei paesi autoritari le strade del dissenso son tenui sentieri a volte lastricati di creatività. Proteste "individuali" - come quelle in questi giorni in Russia in favore del giornalista Golunov (qui, cartelli che appaiono nella notte, eccetera. E cambiando punto d'osservazione, quando si osservano tali tattiche, sia ha notizia di pratiche autoritarie. Si pensi a certi cartelli bizzarri recentemente apparsi in Italia, contrastati da Digos e Ministro dell'Interno (traditori del popolo italiano, mi pare).

In Russian Cities, Mock Gravestones Are Sounding Putin's Death Knell, Matthew
Luxmoore, Radio Free Europe.

domenica 9 giugno 2019

La velocità della storia



Tre quotidiani in Russia con la stessa copertina: "Io sono/noi siamo Ivan Golunov". E' il giornalista di Meduza che stava indagando su un brutto caso di presunta corruzione. E' stato arrestato per possesso di cocaina - nessuno crede che non l'abbiano messa apposta - e menato. Ora è agli arresti domiciliari, ed è una vittoria. Ma su questa vicenda di repressione che è forse ordinaria, ma è anche particolarmente grossolana e grottesca, qualcosa in Russia si sta muovendo.

In Brasile, Intercept.br pare che abbia fatto una gran scoop. Hanno ricevuto un ampio archivio di comunicazioni private, anche tra il giudice Moro (ora ministro di Bolsonaro) (*) e il procuratore Dallagnol (vedi qui: "Como i por que o Intercept esta publicando chats privados sobre Lava Jato e Sergio Moro). Giudice e Procuratore, in teoria, dovrebbero dirsi ben poco tra di loro, e non certo in chat. Sto leggendo, e sembrano essere documenti esplosivi.

Russia e Brasile sono due dei casi che sto studiando, all'interno del progetto il cui titolo provvisorio è "Anti-anticorruption". Ci sono delle giornate in cui la storia sembra accelerare. O forse, continua col suo ritmo, ed è solo un umore particolare che te mostra diversamente.

(*) Moro è quello che, quando lo scorso autunno mi recai in Brasile, non mi volle incontrare - pare, per un mio post in questo blog nel quale, se pur in modo scherzoso, parlavo bene di Lula. Io allora non sapevo che sarebbe diventato ministro della Giustizia di Bolsonaro. Lui, chissà.

sabato 8 giugno 2019

Hailu Mergia



Lala Belu è il disco che Hailu Mergia ha scritto mentre guidava un taxi, a Washington D.C. (l'articolo del Washington Post spiega tutto).

Da ascoltare è il suo vecchio e ipnotico “Hailu Mergia & His Classical Instrument,” "a 1985 album for which he acted as a one-man band, layering Rhodes piano, accordion and Moog synthesizer sounds".

Perché ne parlo? Perché ho capito ormai che i concerti si invocano. Non ci si va, ma ti piovono addosso, dal cielo, ma solo se hai detto le parole giuste.

Keyboardist Hailu Mergia left behind his days as a superstar in Ethiopia. Then the world rediscovered his mind-blowing music, di Rudi Greenberg, The Washington Post, 5 giugno 2019

venerdì 7 giugno 2019

Che nulla ci fermi



Appatengo a una piccola minoranza di persone per le quali le frontiere quasi non esistono. Al massimo, c'è la noia di dover chiedere un visto.

Posso preoccuparmi dei flussi migratori, e mi preoccupano. Non tanto ora, ma quelli che ci saranno in seguito all'acuirsi del riscaldamento climatico, per contrastare il quale non stiamo facendo quasi nulla. Ma non posso condannare chi si sposta sulla terra. Perché lo si è sempre fatto, da quando uscimmo dalla Rift Valley in poi. E perché noi lo facciamo abitualmente. Condannare i migranti significa che li si considera in qualche modo inferiori a noi, per diritti e quindi per umanità: razzismo.

Bello questo murale che attraversa la frontiera tra Guatemala e Messico:

"Si en el cielo no hay fronteras, que en la tierra nada nos detenga"

Il video ne racconta la storia.



giovedì 6 giugno 2019

Sul tradire

Tradire, da tradĕre: consegnare. Che belle le etimologie.

Tradire v. tr. [lat. tradĕre «consegnare», attraverso il sign. di «consegnare ai nemici», «consegnare con tradimento»; cfr. soprattutto l’uso assoluto del verbo tradĕre nel passo del Vangelo di Luca (22, 48) che parla della consegna di Gesù da parte di Giuda (Iesus autem dixit ei: Juda, osculo Filium hominis tradis), e poi di traditor riferito a Giuda in Marco 14, 44 (dederat autem traditor eius signum eis dicens ...), ma v. anche traditore] (Dizionario Treccani).

E così in russo, tradire è "предать". пре- + дать, che significa "dare"

Ma anche "сдать". Così per esempio di Putin si dice, "своих не сдает" - Putin i suoi non li tradisce - ma "сдать" palesemente indica "consegnare ad altri" e non devi fare ginnastica mentale per ricordare il latino.

Tradire, poi, ovviamente significa anche "ingannare". Ci può essere inganno senza consegna, e probabilmente, vi può anche essere consegna senza inganno. In ogni caso sono questioni da mantenere ben distinte, ed è un peccato che siano indicate da una stessa parola.

sabato 25 maggio 2019

Los viajes del viento



Oggi in cineteca ho visto questo film, del 2009. E' molto potente. Girato in luoghi dove sono passato - el Cesar, la Guajira, sino a Cabo de la Vela. Per Cabo de la Vela partirei ora, se potessi.

Il film è di Ciro Guerra. So che il su Pájaros de verano è da vedere. Attendo l'occasione; tante occasioni attendo.